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Vagabondiario – Claudio Piani

Mancano venti chilometri a Samarcanda e mi fermo, sfinito, ad un piccolo negozio di paese per comprare l’ultimo carico di acqua di giornata e due gelati alla crema. Ho già pedalato 143 chilometri oggi tra ripide colline e strette vallate, sempre accompagnato da un sole cocente e da una insaziabile sete.

Sono molto stanco ma deciso a percorrerne altri venti chilometri per raggiungere Samarcanda prima dell’imbrunire.

Il desiderio di vedere una delle più antiche città sulla “via della seta” colorarsi con i colori del tramonto è irresistibile, e arrivarci via terra, in sella alla mia bicicletta, ha un sapore ancora più speciale, molto simile a quello che dovevano provare i mercanti europei che popolavano questa strada nel medioevo.

Come per loro infatti, Samarcanda è per me anche un “rifugio”, non solo una meta turistica. Mi aspetta un ostello con un letto e una doccia, autentica benedizione dopo giorni passati a pedalare tra la polvere della strada e dormendo in tenda riparato in qualche bosco.

Finisco il secondo gelato alla crema e monto in sella. Le gambe sono dure, la testa gira e gli occhi bruciano per il sudore che cola copioso dai capelli ma inizio a pedalare leggero, consapevole del premio che mi aspetta a meno di un’ora di strada.

Il sole intanto scende rapidamente, rinfrescando l’atmosfera mentre la mia ombra sull’asfalto si fa sempre più allungata e definita. Attraverso due piccoli paesi ravvivati dall’atmosfera dei bazaar prossimi alla chiusura e poi via a scalare l’ultima collina prima della città.

Metto la musica giusta ed abbasso le marce della bici, quasi per gustarmi l’ultima fatica della giornata.

Sono talmente emozionato che una energia sconosciuta si impadronisce delle miei gambe facendomi pedalare con leggerezza. Un paio di camion mi suonano, salutandomi e applaudendomi ma io ho già la lacrime agli occhi pensando alla vista che mi aspetta in cima alla collina.

Eccola. Giallo ocra, blu cobalto e turchese, incastrata in un cielo che ormai tende al rosso. Mi avvio verso il centro città, penetrando tra le strette strade della città vecchia e dirigendomi verso il Registon, il luogo probabilmente più conosciuto lungo tutta la Via della seta.

Uzbekistan Samarcanda bicicletta

Non c’è quasi nessuno in giro ed io inizio a pedalare lentamente, in silenzio quasi per non disturbare una realtà che sembra immutata da secoli. Risaliti una piccola collina, ecco comparire i primi edifici storici e con loro i primi turisti e i negozi di souvenir, che mai mi hanno infastidito cosi’ tanto in vita mia.

Le ruote girano leggere mentre pedalo tra antiche moschee, minareti e bazaar e brividi di felicità mi corrono lungo la schiena. E’ la mia seconda volta a Samarcanda. Ci arrivai due anni fa partendo in autostop da Singapore ma questa volta, arrivandoci in bicicletta dalla Cina, il sapore è totalmente diverso.

Poco dopo parcheggio la mia bicicletta davanti al Registon, 162 chilometri pedalati oggi.

Mi accascio accanto alla bici, incurante dei turisti che mi guardano straniti e vengo colto da una felicità sconvolgente. Quella felicità, mista ad orgoglio, che ti fa sentire in obbligo di ringraziare qualcuno, ma non sai chi. Riesco solo a pensare ai miei genitori.

Passano pochi minuti prima che il turbinio di emozioni si esaurisca e la mia mano vado verso la tasca per estrarre la macchina fotografica ma un ragazzo con la maglia del Milan, avvicinandosi sorridendo mi dice: “Ma sei italiano?”. Annuisco sorridendo ed iniziamo una piacevole chiacchierata, che curiosamente ci porta a scoprire che entrambi proveniamo dallo stesso quartiere alla periferia nord di Milano: Quarto Oggiaro!

Gli racconto dei miei ultimi tre anni spesi in Asia, prima viaggiando senza aerei e poi lavorando in Cina come insegnante di educazione fisica nella scuola pubblica. Gli spiego del viaggio in bicicletta e del perché ho deciso di tornare dal Tibet all’Italia in bici.

Cesare, così si chiama il ragazzo, rimane entusiasta nel sentire che il viaggio ha una finalità benefica e che, attraverso la mia pagina Facebook, sto raccogliendo fondi per un orfanotrofio di bambini tibetani, rifugiati a Kathmandu, in Nepal a seguito della delicata questione tra Tibet e Cina.

Gli spiego anche che la mia bicicletta si chiama Wencheng, come la principessa cinese che sposò il primo re tibetano, quasi per ricordare che, diversi secoli fa, la situazione tra i due paesi fosse pacifica.

Saluto Cesare affettuosamente e mi avvio verso il bazaar. Il sole è tramontato da un pezzo e sento che se non metto qualcosa sotto i denti al più presto, potrei seriamente svenire…

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