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Pechino Express

Pechino Express

Viaggiare può insegnarti preziose lezioni di vita…

Quando l’aereo si staccò da terra e in un attimo mi ritrovai tra nuvole, il mio cuore iniziò a battere molto più velocemente. Ancora una volta la mia voglia di conoscere, di scoprire, mi portava a raggiungere ed esplorare un nuovo continente.

Ero diretto in Cina, precisamente a Pechino, anche se il vero scopo di quest’avventura era raggiungere il Tibet, luogo che mi rapiva i sogni da parecchi anni.

Quando il portellone dell’aereo si aprì e mossi i primi passi sulla scaletta, un vento freddo dritto in faccia mi diede il benvenuto, la mia avventura, stava per cominciare.

Dentro di me sentivo una pace che solo un uomo libero da ogni pensiero può avere. Viviamo una vita così frenetica e ci dimentichiamo l’importanza di concederci del tempo, sufficiente alla cura di noi stessi. Quando viaggiamo invece sentiamo la mente libera da tutto, più leggera.

A spasso per Pechino

Con un bus raggiunsi Piazza Tienanmen, simbolo della Nazione Cinese, rimasi immobile, disorientato per alcuni istanti, mi colpì l’odore diverso nell’aria. Lo sentivo ancor prima di vedere qualsiasi cosa, era l’aria dell’antico passato.

Ero nel cuore pulsante della città, l’architettura traspirava storia, presente e passato mi si infrangevano addosso ad ogni passo. All’ora del tramonto la bella piazza famosa in tutto il mondo, si colorò con i suoi colori migliori lasciandomi a bocca aperta.  

Mi ritrovai così, a ridere col cuore attraverso quello che stavo ammirando con gli occhi e a sancire la chiusura del mio primo giorno in terra cinese.

La mattina seguente di buon ora, da Pechino raggiunsi Mùtiànyù, una sezione della grande Muraglia Cinese, la parte meno turistica. La vecchia Muraglia è impossibile da percorrere tutta, sia perché si estende per 6350 Km, sia perché in alcuni punti è interrotta, ormai inesistente. Tramite una cabinovia raggiunsi la quattordicesima torretta e in un paio d’ore la ventitreesima.

La salita fu faticosa, ad ogni ogni scalino un respiro profondo. Era meraviglioso quello che stavo ammirando, immortalavo quei momenti con e senza macchina fotografica e allo stesso tempo godevo della pace intorno a me, osservando i brividi sulla mia pelle.

Il mio viso era ricoperto da tante goccioline di sudore, provavo gioia in quel momento, una sensazione così forte che raggiunse il cuore, era qualcosa che già conoscevo, era felicità allo stato puro. Avevo appena realizzato uno dei miei tanti sogni da viaggiatore, avevo conquistato la “mia” Muraglia!

Pechino express muraglia cinese

Verso il grande sogno

Avevo già riempito il mio zaino con esperienze impagabili ma, come già scritto, la vera ragione di questo viaggio era raggiungere il Tibet. Alle ore 20,10 sul treno Z21, cuccetta numero 5 e con un biglietto tra le mani, ero diretto a Lhasa, la capitale del paese.

In perfetto orario il treno incominciò a muoversi, erano ben 42 le ore di viaggio che mi attendevano e qualche minuto dopo conobbi quelli che sarebbero stati i miei compagni di cuccetta, una graziosa bambina con la sua mamma che mi salutò con un bellissimo sorriso, al quale ricambiai con perfetta sincerità.

Non riuscendo a prendere sonno, decisi di alzarmi e girovagare tra i vagoni silenziosi, posando lo sguardo sui volti delle persone, ognuno con la propria storia, i propri problemi e il proprio viaggio.

Mi sedetti nel corridoio, iniziai ad appuntare qualche parola sul mio diario, una lampadina nuda con i cavi in evidenza diffondeva una luce fioca.

Guardai verso il vecchio finestrino macchiato, con le maniglie in bronzo, alcune con qualche segno di usura e osservai il nulla della notte.

Mi persi nei pensieri, sino a quando i cigolii e gli scricchiolii del treno mi riportarono alla realtà e alla consapevolezza che avevo passato quasi un ora a scrivere perso in un’altra dimensione. Forse era giunto il momento di andare a dormire.

Attraverso una tenda sottile la luce del sole mi svegliò scaldandomi il viso, la discostai completamente, i paesaggi che scorrevano veloci erano pieni di colori.

Le cime delle montagne erano innevate, così come le campagne e grandi specchi d’acqua riflettevano l’azzurro del cielo.

Fu la piccola bambina a farmi distogliere lo sguardo, mi strattonò per la maglia e mi salutò con un sorriso, senza parlare la stessa lingua stavamo ridendo insieme. 

Mi ricordai, di aver portato dall’Italia dei pennarelli e altre cose da regalare, ne presi alcuni e glieli misi in mano. Superate le prime difficoltà legate alla timidezza, li accettò e si mise subito a disegnare. 

Viaggiare non è solo fotografare, vedere posti nuovi, ma è emozionarsi, crescere e anche poter condividere momenti unici come questi, con persone che non si conoscono, ma che restano impresse nel proprio viaggio. 

Dopo oltre 4000 km di corsa, la maggior parte ad un’altitudine superiore ai 4000 metri, oltre 40 stazioni lungo la ferrovia più alta del mondo e 42 ore esatte, il mio Treno del Cielo o Tibet Express raggiunse Lhasa.

Tibet Lhasa monaco

Finalmente in Tibet

Una volta sbrigate le meticolose pratiche doganali, incontrai la mia guida tibetana, Thrinlei, un uomo robusto con la schiena dritta, capelli arruffati color castano, guance lisce ma colorate dal sole e lo sguardo di una persona che doveva averne passate di tutti i colori. 

Mi accolse con una stretta di mano vigorosa e mettendomi al collo la khata, una sciarpa di seta bianca che simboleggia purezza, benevolenza e buon auspicio.

Mi voltai per l’ultima volta verso la stazione, sentii il fischio del treno pronto a ripartire, ce l’avevo fatta davvero, ero finalmente arrivato in Tibet!

Ero emozionato nel percorrere quei primi passi in quella terra, verso il coronamento di uno dei miei sogni più grandi.

Avevo trovato una sistemazione vicino al quartiere Tibetano, Thrinlei mi ci accompagnò e li ci salutammo, dandoci appuntamento per il giorno dopo. Una stanza umida, spoglia, con un materasso sul pavimento e una lampadina che penzolava dal soffitto. La finestra era la cosa più interessante, dava sulla strada e in lontananza, ma nemmeno troppo, riuscivo a vedere il Jokhang Temple, il tempio buddista di notevole importanza a Lhasa. 

Stanco per il lungo viaggio e le tante ore di treno, mi sdraiai sul letto vestito, chiusi gli occhi, mi addormentai in pochi minuti, ma sicuro di averlo fatto con il sorriso, perché il cuore era gonfio di emozioni. 

I luoghi sacri del popolo Tibetano

Mi svegliai elettrizzato, quello di oggi sarebbe stato un giorno speciale, avrei visitato il Potala Palace, l’antica residenza principale del Dalai Lama e simbolo di questa nazione.

Incominciai a notarlo in lontananza, mi staccai dal tempo e incominciai a godermi l’istante di silenzio e serenità dentro la mia testa. Percepivo una fortissima sensazione, come nei grandi appuntamenti, cuore, mente e corpo si erano dati appuntamento qui.

Mi stropicciai gli occhi più volte, finalmente mi trovavo di fronte al luogo sacro del popolo tibetano, potevo godere ogni attimo di quel presente che ero andato a prendermi attraverso il mio viaggio.

Il palazzo antico più alto del mondo con i suoi 13 piani e 3700 metri di altezza sul livello del mare, considerato tra le meraviglie del mondo 

Potala Palace Tibet

Thrinlei iniziò a parlarmi del popolo tibetano, della lotta contro la tirannia cinese, continuando a guardarsi intorno per essere sicuro di non essere ascoltato da nessuno, specie dalle guardie, confidandomi quel tutto di cui non è permesso parlare liberamente, rischiando lui stesso di essere arrestato.

Ascoltavo attento le sue parole, volevo capire, poi gli occhi di Thrinlei diventarono lucidi, le lacrime cominciarono a scendere lungo le sue guance, mi emozionai insieme a lui e gli strinsi forte il braccio, anche se a dir la verità avrei voluto abbracciarlo con tutto me stesso.

Capii ugualmente e mi sorrise, si guardò ancora una volta intorno e mi disse che era meglio andare. Camminandogli vicino gli sussurrai che ero stato fortunato a trovare lui come guida, la migliore di tutto il Tibet! Cercai in qualche modo di tirarlo su di morale, lui sorrise di nuovo ed sclamò: “the best guide, yessss !!!”

Nel pomeriggio visitai Jokhang Temple in Barkhor Square, il tempio che avevo ammirato da lontano dalla mia finestra. Non ebbi nessun problema ad accedere al quartiere tibetano e passare i controlli da parte delle autorità cinesi, ma dovetti assistere ad una perquisizione molto rigida nei confronti di Thrinlei che mi fece perdere il sorriso.

Quell’esibizione di potere era un qualcosa che proprio non riuscivo a sopportare, ma che percepivo continuamente nei confronti del popolo tibetano, divenuto estraneo, scomodo, a casa propria.

Sono moltissime le persone che ogni giorno si radunano in questa piazza a pregare e rimasi colpito da tanta devozione. Mi persi tra le strade del quartiere, tra gli sguardi di persone sconosciute e mi domandai se un giorno questo popolo vedrà nuovamente la sua Lhasa libera. In questo momento ero io ad avere il morale a terra e fortunatamente, l’energia positiva di un gruppo di bambini intenti a corrermi intorno, in cerchio, mi contagiò facendomi tornare il sorriso.

Mi incamminai a piedi ancora una volta verso il Potala Palace e quando il cielo cominciò a colorarsi e divenne una tavolozza di colori, il sole che andava scomparendo era posizionato proprio dietro l’antico palazzo, che mi regalò uno spettacolo di rara e unica bellezza. 

On the road sulle strade tibetane

La mattina seguente, di buon ora scesi in strada, aspettai alcuni minuti, poi salii su un piccolo furgoncino guidato da Thrinlei e lasciammo Lhasa. 

Quando la città scomparve dalla mia vista riordinai i pensieri, pensai ai giorni trascorsi in città, nei vecchi quartieri, alle persone incontrate e ai tanti sorrisi ricevuti.

Di una cosa ero convinto, avrei tanto voluto trovare questa città molto più tibetana e sicuramente meno cinese, meno ostile e più spirituale.

Avevo la mente e il cuore colmo di emozioni e lo zaino dei ricordi era già pesante, ma stava per iniziare una nuova avventura, una nuova storia da vivere, ci stavamo dirigendo verso il campo base dell’Everest, verso la grande montagna.

Arrivammo al lago Yamdrok Tso, a 4441 metri di altitudine, ritenuto il guardiano femminile del Buddhismo tibetano. Ero incredulo, davanti a tanta bellezza, una zona dove regnava una pace assoluta, circondata da montagne grigie e verdi, da nuvole che si spostavano velocemente e da un cielo limpidissimo che si rifletteva nelle acque cristalline che scorrevano nella grande vallata sotto ai miei occhi.

Macinammo altri Km, toccammo quota 4900 metri, poi arrivammo al passo del Karo a 5039 dove una leggera nevicata ci accolse e ci accompagnò sino a Shigatse, dove decidemmo di fermarci e passare la notte.

Pechino express lago yamdrok tso

Ultimo check point

Visitai il monastero di Tashilumpo, importante istituzione dell’ordine Gelupga e residenza dei vari Panchem Lama, la seconda maggiore carica religiosa tibetana e dove per la prima volta vidi i monaci riuniti in preghiera.

Proseguimmo verso il monastero di Rongbuk, prima lungo la strada asfaltata poi lungo lo sterrato, accompagnati dall’incantevole panorama sull’estensione dell’Himalaya che si faceva sempre più vicina a noi.

Arrivammo al nostro ultimo check-point, un uomo dalla carnagione bruciata dal sole con grandi rughe sulle fronte sollevò con lentezza la sbarra di quell’avamposto, la mia attenzione cadde verso un vecchio cartello che si trovava dietro di lui, una scritta fatta con della vernice e delle sbavature sulle lettere diceva: BASE CAMP EVEREST.

Affrontammo una strada a tratti fangosa, da un lato della carreggiata vi erano vere e proprie lastre di ghiaccio, dall’altra dune di sabbia, numerose mandrie di yak pascolavano nelle grandi distese, ma la scena principale era tutta per lei, per la grande montagna che per la prima volta potevo ammirare in tutta la sua bellezza, con i raggi del sole che la facevano splendere.

Ce l’avevo quasi fatta, l’adrenalina e le emozioni avevano pervaso il mio corpo, ancora pochi minuti e poi nessuno più avrebbe potuto dirmi che i sogni non si possono realizzare, perché io stavo andando dritto di petto verso il mio.

Quando finalmente arrivammo al campo base, riuscii a scorgere per pochi minuti il sole che velocemente sparì dietro al monte Everest, l’aria era gelida e la temperatura si abbassò velocemente. Rimasi immobile con gli occhi verso la vetta, poi entrai in una delle tante tende allestite, dove avrei passato la notte.

Mi offrirono una zuppa calda che mangiai vicino alla stufa posizionata al centro del tendone, subito dopo srotolai il mio sacco a pelo, mi coprii con due coperte pesanti di yak, cuffia, copri collo e tenendo scoperto solo naso e bocca provai a dormire.

Durò pochissimo il mio sonno, un vento fortissimo soffiava incessantemente sulla tenda, per via dell’altitudine iniziai a soffrire di un forte mal di testa, l’aria era gelida, secca e faticavo a respirare.

Mi alzai, avevo bisogno di bere dell’acqua ma la trovai completamente ghiacciata, poi il mio sguardo si posò sul termometro all’interno del tendone, segnava -15 gradi.

In quel preciso istante avrei voluto mettermi a urlare, mi prese una sensazione di agitazione, così decisi di infilarmi il giaccone, le scarpe e di uscire all’aperto.

C’era una calma indescrivibile, quella pace entrò dentro di me spazzando via le mie paure e le insicurezze, un cielo con tante stelle che brillavano come delle piccole lampadine a led illuminavano l’Everest, che a sua volta faceva risplendere tutto quello che mi circondava. 

Rimasi ipnotizzato dinnanzi a un tale spettacolo, ero consapevole che quel momento, quello che stavo vivendo, sarebbe rimasto inciso per sempre tra i ricordi più belli della mia vita.

Sul tetto del Mondo

Alle prime luci fui svegliato, la grande stufa era di nuovo accesa e tra le mani tenevo una tazza di tè bollente che bevetti in fretta per poter uscire dalla tenda il prima possibile.

Non ci volle molto per far si che mani e piedi gelassero, ma poco importava, il mio sguardo era rivolto verso la grande montagna, verso un’imperdibile appuntamento per i miei occhi.

Penso a quanto sia bello viaggiare, al fatto che in viaggio tutto cambia in pochi passi, mentre la routine della vita quotidiana è difficile da spezzare, penso a casa, penso che mi trovo a migliaia di chilometri, penso alle persone a cui voglio bene, penso a tante cose e non so nemmeno perché lo faccio, poi l’orizzonte inizia a colorarsi e sono consapevole che quella che sto guardando è l’alba più emozionante mai vista.

Questo viaggio era la realizzazione di un sogno… sono sul tetto del mondo!

Pechino Express: Everest campo base

Nepal

…passai la dogana Cinese attraversai il ponte dell’amicizia dove a metà vi è una linea tracciata sul suolo che indica il confine con il Nepal e mi diressi verso la dogana Nepalese.

Questa però è tutta un’altra storia, un altro viaggio…

Il 25 Aprile 2015, a cinque giorni dal mio ritorno, un terribile terremoto di magnitudo 7.8 colpì violentemente la città di Kathmandu e innescò una valanga sul monte Everest che spazzò via diversi campi base. Le vittime superarono le 8000 persone, i danni al patrimonio culturale furono enormi. Nel 2017 tornai in Nepal…

Instagram: rubens_cerutti

Ciao! Siamo Rubens e Serena di Pavia Viaggia.

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