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Persia la culla del mondo, deserto

Persia: la culla del mondo

Persia, la culla del mondo. Preferisco chiamarla così, con il nome che l’ha vista sorgere, oltre 2500 anni fa, per volere di Ciro il Grande.

Nell’attraversare questo sterminato Paese, mi sono sentita meravigliosamente dispersa nel tempo. Un tempo che scandisce ritmi diversi e che sembra insistere in un moto circolare dove passato, presente e futuro coesistono attorno allo stesso centro.

La Persia non è semplicemente un luogo da visitare con i sensi bensì un’esperienza da vivere con lo spirito.

Cosa mi ha condotto fin laggiù, in un viaggio di tre settimane? La millenaria arte dei tappeti, la dinastia Achemenide, i notturni stellati nel deserto e la sapienza di Avicenna.

Allora ecco la convulsa Tehran, la spirituale Qom, la sincera Kashan, la moderna Esfahan, l’elegante Shiraz e l’antica Yazd. Città che stregano vista, cuore e palato per i loro sontuosi edifici e per quella loro cucina deliziosamente speziata e variopinta la cui curiosità nel degustarla non rende mai sazi.

Ovunque ci sono fontane che gorgogliano e maioliche che ammiccano; folti tappeti di lana ove cullarsi ed esotici aromi di curcuma, zafferano e cardamomo; impalpabili richiami alla preghiera che veleggiano tra gli alti minareti e vezzosi cucchiaini che tintinnano nelle tazzine di finissima porcellana, tutte raffiguranti il tanto amato Scià Abbas.

Qui, in Persia, ogni incontro, momento della giornata o compravendita sono sempre una buona occasione per sorseggiare insieme una tazza di tè. Lo si spilla direttamente dal samovar: forte, bollente e nero come il peccato. Un nero che ama scontrarsi con il vivace turchese da Le Mille e una Notte che ogni cosa colora e di cui anche l’aria sembra esserne impregnata.

Si respirano vivacità e pace, negli antichi quartieri delle città, fra i vicoli stretti dei bazar, oltre la soglia delle case sempre ospitali e nei laboratori artigianali di chi cesella, cuoce il pane, tinge stoffe, rammenda tappeti, pittura, intarsia e fabbrica gustosi dolci di mandorle.

Un’atmosfera così fiabesca che potrebbe essere uscita dalla lampada di Aladino.

Persia palazzo fontana

Ho affittato un’auto per spostarmi da nord a sud, percorrendo un totale di 3000 chilometri. Le distanze tra i centri abitati sembrano siderali e ovunque imperversano sincere ruralità e nomadismi millenari, ma soprattutto una natura dal sapore ancestrale e rigonfia di venti senza direzione né provenienza.

Sono luoghi di suggestivi silenzi e vaste solitudini. Soprattutto il deserto del Dasht-e Kavir. La totale assenza di suoni comprime i timpani fino quasi a far male, implodendo in un vuoto surreale e oltre profondità che non si è soliti sondare.

Guidare lungo i 400 chilometri che lo solcano è un salto nel vuoto del mondo. La strada asfaltata che collega la città di Khur a quella di Damghan è un ago che tenta invano di rattoppare un orizzonte sempre sfuggente, così dritto e curvo allo stesso tempo da lasciar quasi intravedere la rotondità della Terra.

Sono geometrie da respirare in una sola boccata, roventi di giorno e fredde di notte. Un freddo che spazza via tutto, anche i pensieri.

È sufficiente fermarsi qualche istante nel mezzo del nulla e spegnere il motore dell’auto per riuscire ancora a percepire il calpestio delle ruote dei carovanieri, lo sbuffare degli animali stremati dal lungo viaggio e l’eco delle voci straniere di chi è diretto nel profondo est.

E che dire del tramonto che divampa a perdita d’occhio sulle morbide dune di sabbia? È un calice che ho sorseggiato lentamente dal piccolo villaggio di Farahdaz, ultimo avamposto ramingo ai margini del deserto, un insieme di cinque case di fango che si sollevano come bolle sotto uno dei cieli stellati più belli e luminosi del mio viaggio.

Un cielo così chiaro che la Via Lattea pareva quasi fare ombra con il suo sorprendente biancore. Come mi sono sentita? Meravigliosamente dimenticata dal mondo.

E la gente? Lascia il segno. Sempre pronta a sorriderti, a indicarti la strada, consigliarti, invitarti, condividere.

Alloggiare nelle case private è il miglior modo per sfiorare il sottopelle di questa più che ospitale società. Si cena tutti insieme, in famiglia, con i bambini che corrono e le nonne che cucinano; e si trascorre il resto della serata giocando a Takhteh, ascoltando storie e sorseggiando tè fino a che la stanchezza non sopraggiunga.

E augurata la buonanotte, ci si ritira ognuno nelle proprie stanze, tutte raccolte attorno a un cortile quadrato al centro del quale c’è sempre una fontana azzurra che zampilla.

Niente doghe, reti, testiere. I letti non sono altro che materassi distesi sui tappeti e avvolti in lenzuola e coperte di lana, in nome di quella semplicità e bellezza che governano, da sempre, il loro raffinato stile di vita. E tanto basta.

Persia uomini Takhteh

Un incontro mi ha segnato in modo indelebile. È quello con i nomadi Qashqa’i, alle pendici dei monti Zagros, tra Esfahan e Shiraz.

Puntellano le valli con le loro grandi tende di pelle e cardano la lana delle pecore che pascolano. Hanno il volto bruciato dal sole e dal vento, le dita delle mani tatuate di simboli sconosciuti e lunghe vesti colorate che brillano in lontananza come tanti fari nella notte. E poi i bambini, tutti con gli occhi velati di stupori e i lineamenti addolciti dalla loro natura sempre errante.

Appena ho parcheggiato l’auto accanto all’accampamento, sono corsi a frotte verso di me, conducendomi nelle loro tende dove, lasciate le scarpe di fuori, mi hanno invitato a sedere sugli immensi tappeti da loro stessi tessuti e offerto una bollente tazza di tè accompagnata da minuscole zollette di zucchero di barbabietola.

L’aria che si respira, lassù, oltre 2200 metri di altezza, è chiara come la loro pelle e pura come le loro voci. Viene voglia di restare qui per sempre.

Appaiono in lontananza, all’improvviso, come se fossero appena sorte dalle viscere della Terra. Da 2500 anni, si stagliano mute e smisurate, severi guardiani di un impero che fu, taciti osservatori della storia che transita. Sono le quattro tombe degli antichi sovrani achemenidi, sepolcri direttamente scolpiti nella montagna presso Naqsh-e Rustam, poco lontano da Persepolis. Visitarle è come recarsi in pellegrinaggio al cospetto degli Dei: Dario il Grande, Dario II, Serse, Artaserse I. Nomi che fanno tremare la voce soltanto a pronunciarli. Alte, massicce, irraggiungibili.

Fa male doversene andare. Un male fisico, inspiegabile, un ossessione che tormenta, uno strappo che lacera.

Questo luogo possiede un magnetismo impossibile da decifrare. L’ho avvertito mentre mi scavava nelle viscere per impossessarsi del mio arbitrio, inchiodandolo al suolo. Sono sovrani che hanno scalfito la pietra per consegnare i loro nomi agli abissi dell’eternità.

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