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Thailandia zaino in spalla e curry in bocca, tramonto

Thailandia: zaino in spalla e curry in bocca

Invio l’ultima mail dell’anno, spengo il pc aziendale e mi dirigo euforica verso casa dove mi attende uno zaino vuoto da riempire.

Curiosità, adrenalina e voglia di conoscere i propri limiti sono i must have da inserire prima di qualsiasi attrezzatura tecnica ma secondi solo ad un buon paio di sneakers.

È la mattina dell’antivigilia e come un bambino curioso di scartare il suo dono natalizio sono impaziente di partire, ma questa volta non sarà una vacanza, sarà un vero e proprio viaggio, il mio.

Mi dirigo in aeroporto dove incontro per la prima volta quelli che sarebbero stati i miei compagni: sconosciuti con una passione in comune.

Ci imbarchiamo per il volo Milano-Dubai e subito dopo Dubai-Bangkok. Arriviamo a destinazione e attendiamo frastornati il treno notturno che ci avrebbe condotto a nord della Thailandia.

Dovremo però aspettare gli ultimi giorni del viaggio prima di assaporare la vita frenetica e caotica della capitale, attesa che aumenta le aspettative, il desiderio e la curiosità.

Trascorriamo la notte sulle rotaie, il tempo passa lentamente, gli occhi si chiudono quasi subito ma non prima di aver ricevuto la buonanotte dalle blatte.

Avvolta nei vestiti che indosso da due giorni, mi sveglio frastornata: sono le 6 del mattino e dopo una colazione a base di uova, patatine fritte e succo di arancia, realizzo che è Natale.

Scendiamo a Chang Mai, cuore pulsante della spiritualità thailandese, trascorriamo i primi giorni tra giardini d’orchidee, tigri, statue di Buddha, templi su templi e poi monaci e mercatini che esibiscono sul bancone variopinte specie di insetti.

Mangio una camola (io ancora non ci credo!) e rivolgo subito un pensiero alle lasagne che sono solita mangiare questo giorno dell’anno. Merry Xmas.

Per raggiungere il villaggio Lahu facciamo un trekking di una manciata d’ore. Un villaggio povero, ma con tanti bambini che ci corrono incontro sorridendo e si mettono a giocare con il pallone che avevamo con noi.

Ancora una volta sono le cose semplici come un sorriso ad assumere un valore grande per me, come l’umile famiglia locale che ci accoglie con la cena più bio e km 0 della storia e ci invita a fare un giro nei dintorni.

Il villaggio è immerso nella tranquillità più assoluta, la gente vive una vita che scorre più lenta rispetto allo sfavillante centro delle città. Circondata da colline e semplicità capisco che l’essenziale sia invisibile agli occhi.

Dopo una passeggiata tra i sentieri illuminati dalla luna (e dalla torcia dei cellulari che lì non avevano ragione di esistere se non per quell’uso) torniamo nella palafitta e ci addormentiamo per terra come i veri autoctoni.

Ci penseranno i galli ad annunciare la sveglia prima dell’alba ma inutile dire che l’assenza di un materasso, l’umidità ed i rumori della fauna circostante han preceduto il compito dei pollastri di almeno un paio d’ore.

Esperienze che riempiono il cuore e lasciano il segno: quello sotto gli occhi.

Un po’ di trekking mattutino tra le infinite piantagioni di banane e ananas prima trovarmi, inerme, faccia a faccia con l’animo gentile e tenero degli elefanti sotto il caldo sole che avvolge la Thailandia a dicembre.

I giorni a seguire procedono a ritmo di lunghe camminate, tramonti mozzafiato, templi, templi e ancora templi, siti archeologici, cascate e incontri con scimmie isteriche.

Sono in viaggio da una settimana e con zaino in spalla e curry in bocca continuo a collezionare sorrisi, gioie, esperienze e il serbatoio di emozioni sembra non voler raggiungere mai il pieno.

Thailandia mare

Per spogliarci della stanchezza e delle scarpe da trekking puntiamo all’estremo sud: siamo quasi al confine con la Malesia e proprio qui trascorriamo la notte di Capodanno, a piedi nudi sulla spiaggia insieme ad almeno duemila anime che da ogni parte del mondo raggiungono questa meta per cercare spensieratezza e leggerezza.

Il giorno dopo conosco il thailandese più thai che abbia mai incontrato: si spaccia come taxista per scarrozzarci con la tipica long-tail boat tra le magnifiche Phi Phi Islands. Quei colori del mare e quei luoghi li ricorderò a vita.

Sono in mezzo al mare, accarezzata dal tramonto, grata della giornata e speranzosa che l’anno sia all’altezza di questo primo gennaio. Per rendere il sogno ancora più reale mancava solo Di Caprio che anni prima raggiunse quel paradiso per girare il film The Beach e rendere famosa quella sabbia che al tatto ricorda farina.

I giorni che seguono li spendiamo a Koh Lanta dove incontriamo un’ospite inatteso: il ciclone. Questa forza della natura sarà per un paio di giorni la nostra vicina di casa, ma si limiterà a bussare alla porta.

Nessun itinerario compromesso, anzi cogliamo l’occasione per lasciarci inebriare dalla quiete e dalla serenità dell’isola.

Sono trascorse due settimane e dopo aver esplorato anche questa perla dell’Oceano Indiano è giunta l’ora di tornare dove tutto ebbe inizio: Bangkok.

Nuovamente a bordo di un treno notturno, con la consapevolezza che gli sconosciuti di qualche settimana prima sono diventati fedeli compagni di viaggio.

Dopo qualche ora spesa nella caotica capitale, il benessere coltivato sulle isole lascia spazio alle corse folli sui tipici tuk tuk e al traffico intenso.

Tra un buon pad thai e l’altro, vaghiamo per l’esuberante metropoli che riesce a mescolare l’esplicita modernità con l’eterna tradizione: i grattacieli lussuosi si fondono con i templi creando una perfetta sintesi thailandese.

Lo skyline fa da scenario ai fuochi d’artificio che l’ultima sera si aprono in cielo e ci salutano energicamente.

Non ho ancora fatto il pieno di emozioni, mi chiedo se ne avrò mai abbastanza, ora però due voli per l’Italia mi aspettano.

Con i viaggi è sempre la stessa storia: torni a casa più stanca di quando parti ma con gli occhi che brillano, il cuore pieno di gioia e la voglia pazza di pianificare la prossima avventura.

Un pensiero ai miei compagni di viaggio perché la felicità non è reale se non condivisa e perché quella camola senza di loro non l’avrei mai mangiata.

Blog: One more experience

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